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Vasco rockettaro ad oltranza (ma le spezie sono in ballad…)

Posted by agenziabarabc su marzo 27, 2008

Trecentocinquantamila copie già prenotate di «Il mondo che vorrei», il raddoppio esaurito di due stadi cruciali (Roma 29 e 30 maggio, Milano 6 e 7 giugno). L’onda vaschiana è ben lungi dall’arrestarsi in questa Italia che, avendo sempre meno idoli ai quali appendersi, si è attaccata quasi morbosamente a un divo imperfetto che non fa proclami ma solo canzoni rock, e che a 56 anni è ancora punto di riferimento per ragazzi e ragazzette, a dispetto di ogni logica generazionale.
Ma in un fenomeno così perdurante, si annidano attacchi, da parte di quella fetta di gente che detesta i fenomeni di massa: nei giorni scorsi è dunque cominciata a circolare la voce che il disco che esce domani – appunto «Il mondo che vorrei» – non sia un granché. E invece no. A 30 anni giusti dal primo disco, Vasco farà centro presso il suo popolo, con undici canzoni che sono lo specchio non deformante del suo animo, sempre più apertamente sospeso fra l’amara consapevolezza della maturità che avanza e il fanciullino in lui che non vuol saperne di tacere: e che anzi questa volta picchia più che mai, con un rock tosto, non prevedibile e anzi spesso sofisticato.

E’ proprio questa la parte prevalente, oltraggiosamente giovanilistica, del disco che fa così civetta a generazioni sempre più lontane dalla sua: e quando il gioco si fa anche un po’ eccessivo nei suoi contorni sexy, c’è sempre un occhio ironico a salvare la situazione: in «Colpa del whisky», si racconta per esempio un vuoto di memoria sul nome della bella di turno («Non andartene rimani…dimmi almeno come ti chiami»); prima ancora, in «Gioca con me», se ti stupisci a sentirlo cantare con animo adolescenziale «ma come riempi bene quei jeans/Cammini come una dei filmsss», il sorriso si porta subito via l’incredulità per una storia del genere: visto che poi Vasco, tra l’altro, ci schiaffa dentro la sfrenata chitarra di Slash, l’ex Guns ‘N Roses, convocato in studio a Los Angeles, e la musica si prende una rivincita.

Come dire? Vasco non ci fa, ci è. Lascia convivere il se stesso di oggi con quello di sempre. Le sue sono incongruenze poetiche e te ne accorgi dall’entusiasmo con il quale lui – che è pur sempre Vasco Rossi – spiega il suo incontro con questo pittoresco personaggio del più ampio universo rock: «E’ arrivato.. vestito esattamente da Slash: jeans attillatissimi, catena per le chiavi della cintura… fazzoletto tipico pendente dalla tasca di dietro…io non parlo bene l’inglese ma ci capiamo al volo…ho notato che pur essendo Slash, un guitar hero dei più maledetti della storia, sapeva già il pezzo…lo aveva imparato prima a casa…». Questo candore eterno, del Vate di Zocca, è la cifra che permette di passar sopra a canzoni che sembrano scritte apposta per i cori da stadio, e che anzi i cori se li portano già dentro, come la subito appiccicosa «Non vivo senza te», che contiene peraltro la confessione della fatica del suo mestiere: «Scrivere una canzone/E’ come ballare per ore/Prima di cadere a terra finito dallo sforzo…». Tanto che questa fatica viene apertamente confessata: «Questa è la definizione nuova, dopo l’epoca in cui cantavo “ma le canzoni sono come i fiori…”. Ora è più difficile: questo disco mi è costato 9 mesi, alla fine ero distrutto».

Ma i pezzi più folgoranti, nella loro semplicità e nella loro sincerità non mistificante, sono le ballad che raccontano la fatica di convivere con l’età anagrafica. In senso sembrerebbe fisico, in «Il mondo che vorrei» per il quale lui spiega: «La realtà mortifica le aspirazioni umane, mentre non c’è limite alla sofferenza. Bisogna accontentarsi, ma l’artista non ci sta»; il punto di riferimento è sempre la vita spericolata: «Io non volevo una vita come quella che sognavano per me i miei genitori, che trovassi un lavoro in banca: una vita con le pause, garantita. Io non sopporto i limiti che la vita impone, e li combatto con i sogni». E ancor più c’è l’ottima sintesi di «E adesso tocca a me»: anche qui si rivendica il diritto a guardare in alto, e a non accontentarsi: «Adesso che sono arrivato fin qui/grazie ai miei sogni/che cosa me ne faccio/della realtà…». Poi (spiega) ha voluto meglio esemplificare il concetto teorico. E il verso più citato di questo disco sarà: «Adesso che non c’è/più Topo Gigio/che cosa me ne frega/della Svizzera…», dove il ricordo del pupazzo della fantasia infantile, sconfigge il sogno adulto delle banche e degli incassi.

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